Race, le olimpiadi e un piatto da campioni!


Guardare Race - Il Colore della Vittoria in mood post-Olimpiadi è un'esperienza che consiglio a tutti quelli che ancora non hanno avuto l'occasione di vedere questo ultimo film di Stephen Hopkins. Si tratta di una biopic, un film che racconta la storia dell'atleta Jesse Owens che nel 1936 partecipò alle Olimpiadi che si tennero in Germania arrivando a conquistare 4 ori. Record nella storia! Niente di eccezionale, penserete, ne abbiamo viste altre di storie di sacrificio, dedizione, amore per lo sport.. se non fosse per un piccolo dettaglio: questo Jesse è NERO e con la sua partecipazione - e vittoria - ha dato una bella lezione alle teorie di Hitler sulla superiorità della razza ariana. Come sappiamo purtroppo questo non è servito a cambiare le sorti della Storia ma ha rappresentato comunque un momento di sospensione del giudizio, una magica alchimia che solo il puro sport riesce a scatenare. Dove finisce lo sport e inizia la politica, quando gli ideali devono essere elevati al di sopra dell'agonismo per permettere a uno sportivo di diventare un icona, un simbolo di rivincita o un bersaglio dell'odio? 
Se non andrai non cambierà niente, se andrai e vincerai non cambierà niente, ti odieranno lo stesso.
 Così dice il padre a Jesse, incerto se partecipare alle Olimpiadi o boicottarle come gli era stato richiesto dalla comunità nera, per 'lanciare un segnale'. E in effetti è vero, un singolo gesto non basta a cambiare la storia, e lo stesso atleta per anni sarà dimenticato fino a ricevere dalla Casa Bianca un riconoscimento postumo. Qui un'intervista al grande campione.



Con tutto questo sport, inutile perdere tempo ai fornelli, così ho pensato a un piatto semplice ed estivo, perfetto per un pasto nutriente e veloce prima di una corsa!



Si tratta di un piatto con mozzarella di bufala condita con erbette aromatiche e olio, prosciutto crudo toscano stagionato con noci, due fette di pane toscane leggermente tostate condite con olio (e aglio se piace - la famosa 'fettunta' a Firenze) e radicchio rosso. Divertitevi a comporre il piatto come meglio volete, gli ingredienti sono semplici ma ottimi e il gusto non mancherà!

Quel Che Sapeva Maisie



Divorzi e separazioni: una realtà che oggi non fa più alzare il sopracciglio perché veramente diffusa a macchia d’olio. Sono convinto che ormai sia un concetto sulla bocca di tutti, proprio come il famoso “non ci sono più le mezze stagioni”, e questo porta tanta amarezza se si pensa che, sovente, di mezzo ci vanno i figli.
Non mi può interessar di meno analizzare il perché di questa diffusione. Mi interessa magari molto di più comprendere che peso abbiano i bimbi nelle richieste fatte e nelle decisioni prese durante e dopo la separazione: a parte casi veramente estremi, i figli sono le persone che non potranno far altro che soffrire della nuova situazione e vivranno a lungo nel sogno, nel desiderio che prima o poi il papà e la mamma riformeranno la vecchia famiglia. Lo sapranno, questi padri e madri, del rischio che le loro scelte possano indurre problemi anche molto gravi nella crescita dei loro figli? Gli interessa? O arrivano magari ad usarli addirittura a mo’ di ricatto per strappare più “roba” all’ex-coniuge?


What Maisie Knew (tradotto in italiano in Ciò Che Sapeva Maisie) è un bel libro, scritto nel 1897 da James Henry ed ambientato presumibilmente nell’età vittoriana, che narra la terribile esperienza di una piccola bambina molto sensibile, Maisie appunto, che si ritrova “affidata” a turno ai due genitori di 6 mesi in 6 mesi. Due genitori che però nulla fanno per meritarsi questo titolo, dedicando le loro energie esclusivamente a se stessi e ritagliandole minuscoli intervalli al solo scopo di inasprire quanto più possibile l’odio ed il disprezzo provati per l’ex-coniuge. La storia inizia dal divorzio, quando Maisie è nella sua infanzia, e continua a svolgersi, narrato attraverso ciò che l’autore presume lei comprenda, fino alla sua adolescenza, momento in cui lei prenderà la sua decisione più importante.


Il film uscito nel 2012, intitolato Quel Che Sapeva Maisie, altro non è che il riadattamento del libro alla New York dei nostri tempi. Riadattamento che non si limita solo a considerare le modifiche sociali fra due momenti storici differenti, ma anche in svariati altri elementi molto importanti della trama originale, omettendo o modificando i quali il film termina con Maisie sempre bambina e con una chiusura dal sapore decisamente molto più piacevole.

Ho letto il libro seguendo il suggerimento che Daniel Pennac dà in uno dei suoi lavori: leggendolo prima, ho avuto la possibilità di tenere molto chiaro in mente che a Maisie è evidente la situazione in cui si trova e la povertà d’animo dei genitori, nonostante il suo desiderio più grande sia solo quello di essere amata da loro. Nel film non sono certo che questo si riesca a percepire, pur essendo eccezionale la bambina che fa il ruolo di Maisie (Onata Aprile), perciò ho voluto posarvi un accento per quelli che sceglieranno di vedere il film senza aver letto il libro.

Come già evidenziato da altri, forse è stata tradita l’aspettativa di poter vedere un opera più legata al realismo del tema, tendendo piuttosto ad infiocchettarsi un po’ troppo rispetto alla tragedia del tema; tuttavia il film è piacevole, scorrevole e a tratti anche commovente, quindi da vedere.

E quale ricetta americana andrebbe considerata a questo punto che sia altrettanto piacevole, scorrevole e a tratti commovente, quindi da mangiare? Non ho dubbi: il French Toast.

http://www.justsotasty.com

Ingredienti: pan brioche 1 da 26x11 cm: 14 fette; latte fresco intero: 100 g; uova medie: 3; burro: 100 g; cannella in stecche polverizzata: 1 pizzico; sale: q.b.

(ricetta tratta da Giallozafferano)
Per preparare i french toast iniziate prima di tutto a tagliare il pan brioche in 14 fette spesse circa 2 cm. In una pirofila bassa e larga rompere le uova, aggiungendo un pizzico di sale, sbatterle e, senza fermarsi, aggiungere il latte e unire la cannella, continuando a mescolare dopo le aggiunte. Porre quindi una padella a fuoco lento con la giusta quantità di burro in base alla capienza della padella e a quante fette si possono cuocere per volta: sarà necessario aggiungere il burro ad ogni nuova cottura e la quantità indicata è sufficiente a cuocere tutte le 14 fette. Mentre il burro si scioglie dolcemente, immergere una per volta le fette di pan brioche nel composto di uova e latte, girandole rapidamente da entrambi i lati. Posizionarle man mano nella padella dove il burro si sarà sciolto e lasciarle cuocere circa 2-3 minuti per ogni lato. Una volta dorate, trasferirle su un piatto dove, terminate le cotture, si procederà con la guarnizione: nella versione dolce va bene una spolverata di zucchero a velo seguita da una generosa colata di sciroppo d'acero (più tutto ciò che vi può passare per la mente), mentre per una versione salata i french toast andrebbero serviti con delle uova strapazzate, e ovviamente senza utilizzare lo zucchero a velo.

Enjoy!

L’uomo che vide l’infinito era vegetariano?




Quali erano le usanze, la spiritualità e la cultura nell’India a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX? Ed oggi è cambiato qualcosa?
Non ne ho idea. O meglio, prima di vedere questo film non ne avevo la minima idea, guardandolo ho sgranato gli occhi su svariate situazioni assolutamente fuori dalla mia comprensione e dopo essere uscito dal cinema ho capito che se non avessi scelto personalmente di approfondire la conoscenza di questo popolo sarebbe stato inutile porsi troppe domande. Quindi, ovviamente, ho smesso.
Tuttavia la pellicola scorre molto bene e tratta di una storia reale: quella del giovane Srinivasa Ramanujan, un indiano molto povero e di casta molto bassa, ma con un inspiegabile ed eccezionale talento per la matematica che lo porta a “percepire” soluzioni a problemi considerati all'epoca irrisolvibili dalle maggiori autorità accademiche in materia.
Una per tutte, quella sulla quantità di partizioni di un numero qualsiasi. Per capire cosa sia una partizione basta rispondere alla domanda: con quante diverse “somme” posso ottenere il numero n? La risposta è un numero, chiamato P(n), detto partizione di n. Ad esempio, P(4) è pari a 5:
1.       1+1+1+1
2.       2+1+1
3.       2+2
4.       3+1
5.       4


Ma se provate a fare la stessa cosa per numeri più grandi, anche solo P(100), la cosa diventa mostruosamente grande. Eppure questo piccolo, timido ed innocuo indiano sbatte in faccia a tutti una semplice formuletta che ha la capacità di dire con accettabile margine di accuratezza le partizione di un numero grande a volontà.

L’impatto con l’elevato mondo accademico di Cambridge, purtroppo, è violento e drammatico, e questo non solo a causa delle origini geografiche, culturali, religiose e alimentari di Ramanujan (tanto da chiederci se per qualche motivo lui fosse addirittura vegetariano), ma anche per questa sua personale natura matematica molto più prossima alla “divinazione” che all’intuizione. Stringere i denti chinando il capo è l’unica via d’uscita che ha, e grazie a questo non solo ottiene i suoi riconoscimenti ma porta anche alla nascita di una tanto profonda quanto imprevista amicizia con il suo magnate, il professor G. H. Hardy, un uomo chiuso nel suo mondo matematico e incapace -fino a quel momento- di provare apertamente sentimenti verso altre persone.

Ho volontariamente tralasciato qualsiasi riferimento alla parte indiana del lavoro, soprattutto per rispetto verso una cultura che ammetto di conoscere solo per luoghi comuni e leggende urbane, ma che sono consapevole sia invece molto ricca e complessa, oltre che profondamente differente dalla nostra. (leggi qui) Ramanujan nel film mangia solo e soltanto verdure. E allora lo appoggio e propongo un piattino particolare:


http://www.mattersofthebelly.com

Se c'è un piatto che vi farà innamorare del cibo indiano è il Daal.
Il Daal (anche scritto Dahl e la cui ricetta troverete qui) è un piatto indiano molto speziato a base di lenticchie, da servire come zuppa o come contorno, magari accompagnato da uno stufato di ortaggi di stagione. Nella preparazione non possono mancare la curcuma e lo zenzero e il mix di spezie indiane che in Italia chiamiamo curry. È un'idea alternativa per cucinare e servire le lenticchie tutto l'anno, ma lo amerete particolarmente nei mesi invernali visto che lo zenzero è una spezia dall'effetto riscaldante. Non l’ho ancora provato, ma pare che mangiandolo con il Naal (quella specie di pane che vedete nella foto) il piatto abbia la sua resa migliore.

Enjoy
SalvaSalva

Il Tocco della Medusa

Di Oscar Francioso



Parliamo di Jack Gold, regista britannico morto nel 2015. “Gold” vi direte. “Mai sentito nominare”. Forse no, ma di sicuro avete visto quell’abominio melenso di “Il Piccolo Lord” (Little Lord Fauntleroy), film TV datato 1980 che molte persone, per una ragione a me sconosciuta, adorano. Lasciando stare la TV e concentrandosi sul cinema, i film di Gold sono pochi e girati tutti nell’arco di un ventennio, dal ’73 al ’93. Vent’anni e solo sei film.  

Provo ribrezzo nel pensare che Gold venga ricordato per “Il piccolo Lord” e non per “Il tocco della medusa” (The Medusa Touch, 1978). Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Peter Van Greenaway ed è splendido. Non solo per la regia, soprattutto per la storia. La trama è questa: lo scrittore John Morlar (Richard Burton) viene colpito alla testa con una statuetta. Sembra sia morto, ma non lo è. Brunel (Lino Ventura), un poliziotto francese impiegato temporaneamente a Londra, indaga sul tentato omicidio. Grazie alla psichiatra di Morlar, la dottoressa Zonfield (Lee Remick), Brunel ricostruirà la vita dello scrittore, fino a capire che l’uomo è dotato di poteri mortali. 

 La regia funziona benissimo. Il potere di Morlar viene tutto giocato sugli occhi azzurri di Burton. Ogni volta che la camera indugia sul suo viso, sai che sta per succedere qualcosa. Molto bella la scena in cui lo scrittore fa precipitare un aereo davanti a Zonfield. Uno continuo staccare tra gli occhi dell’uomo a quelli della donna. Rileggendo quanto ho appena scritto mi sono detto “sembra una storia di Steven King”. Lo è? Decisamente no. La struttura è affascinante e coinvolgente. Ci viene mostrato il tentato omicidio di Morlar, poi veniamo strattonati in un andirivieni tra il presente di Brunel e il passato di Morlar. Nei Flashback, Morlar parla con Zonfield e mentre lo fa, un ulteriore flashback ci porta ancora più indietro. Assistiamo a tutta la vita di Morlar, a tutti gli eventi lo che gli hanno fatto capire di possedere il suo potere e che lo hanno reso la persona che è. Una specie di film di formazione. 

Questo basta a rendere il film più interessante di una qualunque produzione soprannaturale degli anni ’70? No, quello che lo rende superiore è il nichilismo di Morlar. La questione “scopro di avere i super-poteri” è sempre uguale. “Ehi, ho un super-potere! No, non è vero, sì invece, hai ragione… adesso che faccio? O lo usi per salvare il mondo oppure diventi un super-cattivo”. Morlar è interessante proprio per questo. Lui vuole salvare il mondo, ma sa anche che il mondo è in piena decadenza. Quindi l’unico modo per salvarlo è distruggerlo. Non è cattivo… è solo eccessivamente lucido. I buoni propositi di Morlar sono di distruggere tutti i simboli che hanno portato alla decadenza della civiltà – tra i quali, cosa che mi ha fatto decisamente piacere, la Cattedrale di Westminster. 

Il suo potere è così grande che neppure il coma riesce a fermarlo. Non posso dirvi troppo della trama e del finale, tuttavia… “I finali buoni li fanno gli americani…” “Il tocco della medusa è un film inglese…” Secondo voi come finisce il sillogismo? Il tocco della medusa è un film bellissimo. Tanto che alla fine ti chiedi da che parte staresti. Da quella di Brunel, che è “buono” ma segue le regole di una società decadente, o da quella di Morlar, che è “cattivo” ma, a modo suo, vuole salvare il mondo?

Suggerisco un abbinamento con una terrina di pesce e spinaci, un antipasto leggero e perfetto per l'estate! Trovate la ricetta qui.


http://ricette.giallozafferano.it/Terrina-di-pesce-e-spinaci.html

About A Boy


Nonostante l’aspetto, nonostante l’immagine che propone, nonostante quel faccino da schiaffi e quant’altro, devo ammettere che Hugh Grant ha fatto diversi lavori carini. Lavori che amo rivedere anche più volte.
In particolare, questo film mi ha colpito molto fin dalla prima volta che l’ho visto: non solo perché il suo personaggio è disegnato per come lui realmente appare -rendendolo così particolarmente credibile- ma anche per quella bella canzone dei Badly Drawn Boy che viene proposta e riproposta in più occasioni e che ti rimane piacevolmente in testa, diventando un tutt’uno col film stesso. Una cosa poco comune, direi.


Esiste anche il libro da cui il film è tratto: non so come sia, non l’ho letto e non so se mai lo leggerò, ma se a qualcuno interessa questo è il link che ne parla, in cui si racconta fra l’altro che l’autore confessa di aver tratto spunto da About A Girl dei Nirvana per dare il titolo al suo monoscritto. Invece qui sotto vi passo uno stralcio del film, che già dà una buona idea di chi è il protagonista:


Volete sapere di più su com’è questo personaggio? Si tratta di uno scapolone infastidito da quasi tutto, irresponsabile, ignavo, egoista e decisamente superficiale, disoccupato per scelta, alla continua ricerca di esperienze brevi e poco serie con belle donne, che vive di rendita grazie ai diritti di una famosissima canzoncina natalizia scritta dal padre morto... e che perdipiù lui, ingrato, detesta profondamente. Proprio un tipino da conoscere, vero? Beh, un giorno questo tizio scopre anche una tecnica, deprecabile ma molto efficace, per perseguire quell’unico scopo nella sua vita con successo e senza problemi. Per fortuna il fato interviene a fare giustizia e decretare che ci sia un contrappasso per queste sue scelte, facendo così deviare la trama su situazioni del tutto differenti e sicuramente da lui non desiderate.

Ne viene fuori una commedia leggera e senza pretese, molto carina e divertente, che consiglio quando si ha voglia di svagarsi un po’, magari gustandosi qualcosa di veramente sfizioso, qualcosa di gusto, come ad esempio le favolose Ciambelle con la Nutella

http://it.julskitchen.com

È una proposta indecente, lo so; ma so anche che pochi, alla proposta, non hanno subito provato il desiderio di tuffarcisi a capofitto, uscendone con almeno bocca e mani “lorde” di cioccolato, l’espressione del viso satolla ed estasiata, portandosi alla bocca le dita per recuperare quanto più possibile dalle mani. Se volete sfidare il caldo, trovate la ricetta qui.

Enjoy!

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