Famiglia all’Improvviso sulla Torre di Pancakes


L’effetto di Collateral Beauty, vale a dire il momento in cui la lacrimuccia scappa, si ripete anche in questa commedia francese: l’amore sa farci arrivare ben oltre quello che la nostra mente riesce ad immaginare di poter fare.

Il trailer del film è in realtà molto chiaro sull'innesco della trama, per cui posso tranquillamente parlarne: il protagonista è un uomo mai cresciuto, incosciente ed irresponsabile, che sceglie di fare solo lavori che gli diano l’opportunità di vivere sempre in vacanza, partecipare a tutte le feste e conoscere "biblicamente" quante più donne possibile. Il suo carisma, la sua fisicità e l’essere un bell'uomo gli facilitano il successo, ma solo fino ad un punto di svolta sostanziale: a sorpresa entra nella sua vita una bimba di appena due mesi, della quale non era assolutamente a conoscenza, la cui madre lascia nelle sue mani scomparendo nel nulla.


Il film non rientra nella categoria dei capolavori, ma è da vedere: è sia divertente che commovente e fa passare davvero bene la serata. Samuel, il protagonista, non è il classico padre: lui stesso è il primo a lamentarsi dello scherzo della sorte e a dire che “non si fa un bambino con un altro bambino”; nondimeno finisce per diventare un padre eccezionale, che saprà dare -pur commettendo svariati errori- tanta gioia alla sua bambina. Bambina che lui ama, e dimostrerà di amare, al di sopra di qualsiasi aspettativa.

Bisogna fermarsi qui: se dicessi di più svelerei quelle piccole cose che lo rendono un po’ più originale, cosa necessaria per questo genere di film che altrimenti rischiano di essere solo ripetitivi e soggetti ad essere sommersi di retorica. Però, dopo averlo visto, condividerete con me che c’è solo una ricetta che abbia veramente senso associare: La Torre di Pancakes con Nutella


http://bakeddd.tumblr.com


Ingredienti: 

200 gr di farina, 
1/2 bustina di lievito vanigliato, 
20 gr di zucchero, 
1 uovo, 
150 ml di latte, 
nutella a go-go, 
olio, 
quello che preferite per decorare (banane, granella d’arachidi, zuccherini, farina di cocco, ...).

Dopo aver mescolato in una ciotola la farina con il lievito e lo zucchero, unire l’uovo e il latte mescolando fino a formare una pastella senza grumi. Scaldare una padella unta con poco olio e versare la pastella a cucchiai formando delle frittelle di circa 10 cm di diametro, girandole non appena si son formate le bollicine sulla superficie. Impilare le frittelle ottenute spalmando, tra l’una e l’altra, almeno un cucchiaio di nutella. Sull'ultima frittella, dopo averla ricoperta con nutella a piacere, si possono apporre tutte le guarnizioni desiderate... ma, come farei io, anche niente.

Enjoy!

The Circle.. e il Mukbang


Il simbolo, la tazza, il palco, il manager tutto è un chiaro riferimento a Apple e a quello che potrebbe succedere se i guru di internet decidessero di mettere in pratica il motto “ conoscere è bene, conoscere tutto è meglio!” e “ condividere è prendersi cura”.

La giovane Mae viene risucchiata nel vortice di the Circle con l’illusione di un lavoro ben retribuito ma lo pagherà a caro prezzo. L’edulcorato campus nasconde aberranti condizioni di stress lavorativo e l’azienda è capace di entrare in ogni cellula e in ogni secondo della vita dei suoi dipendenti. L’essere trasparenti e senza segreti è così auspicabile? Essere sempre rintracciabili è utile? Se ci pensiamo bene Steve Jobs e Zuckenberg hanno già stravolto le nostre vite e il modo di relazionarsi on gli altri. L’interrogativo è semmai: qual è il limite da porre al potenziale ancora inespresso dei “social”?

Il film non dà nessuna risposta e non ha neanche un vero finale… ha il pregio della presenza sempre piacevole del bravo Tom Hanks, di scorrere via veloce come il vento e di far riflettere su un futuro che forse è già presente.


A proposito di 'superare i limiti', stiamo già vivendo nella realtà del food porn, ovvero i social invadono la tavola ed è più importante che un piatto sia fotogenico per poter essere instagrammato ...  e siamo finiti nell'assurda pratica del Mukbang. Lo conoscete? Uno sconosciuto mangia davanti al video 'condividendo' il suo pasto con tutta la rete. Date un occhio qui e cercate su YouTube se ancora non vi è bastato!! Buon pranzo - social- a tutti!!



Barbara e Paolo





Il Diritto di Contare .. e la torta 'nera' al caffè!


Tre donne nere lavorano alla Nasa negli anni che precedono lo sbarco sulla luna. Si chiamano Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson e non fanno un lavoro qualunque: una è aspirante ingegnere, l'altra supervisore di un gruppo di 'calcolatrici' nere e la protagonista è matematica. 

Prima che i grandi computer IBM invadessero i locali della NASA erano proprio i matematici che calcolavano le rotte delle spedizioni nello spazio. E mentre il confronto/scontro con la Russia rendeva sempre più importante una risposta americana, ecco che gli uomini bianchi della sede Nasa di Langley, Virginia, si trovano così alle strette da ricorrere a dipendenti donne e di colore. Inutile dire che queste si troveranno a dover combattere la discriminazione con la loro competenza e determinazione. 


 


Una pagina di storia poco conosciuta e raccontata con leggerezza per un film che risulta privo di retorica e davvero ben fatto. Le tre protagonista sono bravissime così come Kevin Costner, burbero quanto basta nel ruolo di Responsabile del Programma Spaziale. Il titolo originale del film, così come del libro da cui è tratto, è Hidden Figures, ed è perfetto nel rendere l'idea di queste donne caparbie e talentuose per cui discriminazione non significa essere maltrattate ma semplicemente - e non è meno grave - ignorate.
La matematica, la Nasa, i programmi spaziali e la musica nera che dà un ritmo e un feel tutto speciale a questa storia. Associamo questo film a una torta 'nera' al caffè perché il semplice gesto di bere un caffè è oggetto di discriminazione e di rivincita nel film. 


http://www.spadellandia.it
Ingredienti:
    100 g di Farina 0 
    150 g di Burro 
    100 ml di Caffè 
    150 g di Cioccolato fondente 
    5 Uova 
    180 g di Zucchero semolato 
    1 pizzico di Cardamomo 
    1 bustina di Lievito per dolci 
    Sale 

    Tritate finemente il cioccolato; fate fondere il burro a bagnomaria, quindi aggiungete il cioccolato e mescolate finché si sarà sciolto.  Aggiungete il caffè a filo mescolando con una frusta a mano, unite il cardamomo e poi aspettate che si raffreddi. Rompete le uova, separando i tuorli dagli albumi. Montate i tuorli con lo zucchero usando le fruste elettriche, finché otterrete un composto chiaro e spumoso. Aggiungete lentamente la miscela di burro, cioccolato e caffè, sempre frullando. Setacciate farina e lievito sul composto, poco alla volta, in modo che non si formino grumi. 

    Lavate e asciugate perfettamente le fruste elettriche, per eliminare ogni traccia di grasso, quindi utilizzatele per montare a neve fermissima gli albumi con un pizzico di sale. 

    Aggiungeteli a cucchiaiate al composto, usando una spatola e girando con dei movimenti lenti dal basso verso l’alto, così non li smonterete. Imburrate e infarinate leggermente una tortiera di 26 cm di diametro, versatevi l’impasto e ponetelo in forno preriscaldato a 180°C per 35-40 minuti. Verificate la cottura, sfornate la torta e fatela intiepidire, quindi toglietela dallo stampo e lasciatela raffreddare prima di servire.

    John Wick... il sovietico che mangia sovietico?


    John Wick per me è come un ritorno all'infanzia. Ricordo benissimo che i giochi che preferivo a quell'epoca riguardavano il mio immergermi in un mondo di fantasia in cui avevo la capacità di fare tutto e bene, anzi perfetto, mentre tutti gli altri soccombevano sotto di me. Ubriaco di potere e in pieno delirio d’onnipotenza: tutti i colpi di pistola, o di fucile, erano letali ed andavano sempre a segno; le arti marziali non avevano segreti e nella lotta la spuntavo sempre e rimanendo indenne; nelle corse sulla moto ero imbattibile e non c’era acrobazia che potesse spaventarmi.
    La trama di queste due pellicole, lo ammetto, è molto molto semplice, ma per questo genere di film la trama necessaria è davvero minima e per quello che mi riguarda in questo caso è più che sufficiente: John Wick è uno storico e famigerato assassino sovietico, noto anche come “l’uomo nero”, che si ritira dalla scena prendendo un formale impegno con un mafioso; decide di fare questo per il profondo amore verso la sua donna, che sposerà e con cui vivrà una favola, finché purtroppo giungerà per lei la morte per una grave malattia e scomparirà lasciandogli un cucciolo; il legame fra lui e questo cucciolo sarà profondo, tanto da finire per essere una delle uniche due cose che per lui hanno ancora un valore. Qual è l’altra? Guidare le sue “super-auto”.


    Il povero John Wick se ne sta buono buono e non rompe le scatole a nessuno: basterebbe solo non toccargli quelle due cose per farlo restare nel suo innoquo limbo. Ma è ovvio che questo non potrà essere possibile, e le devastanti conseguenze alla semplice frase “Tutto ha un prezzo!” sono proprio il bello di questi due film... anzi, per la precisione, le devastanti conseguenze del secondo film sono alle devastanti conseguenze del primo.


    Il diritto di uccidere impunemente, la connivenza delle forze dell’ordine, l’albergo che non solo rappresenta la “zona franca” in cui nessuno può toccare nessuno (come da accordo fra tutte le associazioni a delinquere del mondo, ih ih) ma è anche una specie di ufficio che prende l’incarico di pubblicare le “taglie” ed anche distribuirne informazione ai vari “killer” via SMS...

    Non è detto che questo film piaccia: io ne sono stato catturato anche perché l’ho trovato estrememente catartico, ma posso comprendere altri lo trovino sciocco e va più che bene. Lo stesso tema del “mangiare” non è un elemento che rientra facilmente nel contesto, però è possibile sfruttare il fatto che John sia un assassino sovietico e proporne una ricetta tipica. Perdonatemi, ma non ne conosco nessuna perciò ho semplicemente scelto la prima che ho trovato: Borscht, zuppa con carne e barbabietole.


    http://www.anediblemosaic.com

    È una ricetta considerata a bassa difficoltà ed economica, la cui preparazione dovrebbe richiedere circa un paio d’ore, cottura inclusa.

    Ingredienti (8 pax)

    Per la base: 400 gr di carne di maiale; 1 kg di barbabietole; 400 gr di crauti in scatola; 2 carote; 2 pomodori; 1 cipolla; 1 spicchio d’aglio; 4 cucchiai di olio EVO; sale q.b.
    Per il brodo: 1 carcassa di pollo; 400 gr di carne di manzo; 1 cipolla; 1 carota; 1 costa di sedano; 1 ciuffo di prezzemolo; 10 grani di pepe nero.
    Per guarnire: 400 gr di panna acida; 1 ciuffo di aneto.

    Preparazione

    La prima cosa da preparare è il brodo: mentre si fa scaldare il pollo in una pentola capiente, si sbucciano carota e cipolla, si rimuovono i filamenti dal sedano e si fauna dadolata da unire alla carcassa in cottura, aggiungendo il ciuffo di prezzemolo. A questo punto la pentola va riempita con almeno un paio di litri d’acqua prima di aggiungere il manzo e il pepe, salando al punto giusto e lasciando cuocere per un’ora con coperchio. Terminata la cottura il brodo andrà sgrassato e filtrato, ed anche il manzo andrà sgrassato, tagliato a pezzettoni e messo da parte.

    Mentre il brodo è in cottura, si devono mettere a lessare le barbabietole in un’altra padella, quindi prendere una casseruola in ghisa e farci soffriggere la cipolla, finemente affettata, in olio abbondante. Aggiungere quindi l’aglio, sbucciato ed affettato, e la carne di maiale sgrassata e tagliata in bocconcini per farla rosolare uniformemente. Quando il brodo è pronto, va recuperato il manzo per ridurne la carne in piccoli pezzettini da unire alla casseruola assieme alle carote affettate, al brodo e ad un paio di mestoli d’acqua di cottura delle barbabietole. Quando anche queste saranno cotte, andranno tagliate ed aggiunte alla casseruola assieme ai crauti, scolati dall’acqua di conserva, e ai pomodori, lavati, tagliati a spicchi e privati dell’acqua di vegetazione e dei semi. Dopo altri 40 minuti di cottura con coperchio, il Borsch è pronto e andrà servito nei piatti, aggiungendo in ogni piatto un cucchiaio di panna acida e un ciuffetto di aneto.

    Enjoy

    Ghost in the Shell e le Capesante Gratinate


    Bello questo titolo, mi piace: è proprio un chiaro esempio di come parole che hanno più significati possono donare significati differenti ad una porzione di frase. Di primo acchito, infatti, si verrebbe portati a tradurre il titolo come “Il Fantasma Nella Conchiglia”, che sarebbe perfetto per un horror con quel tema, ma non ha assolutamente connessione con questo film.
    In realtà la parola “ghost” ha anche il significato di “spirito”; in inglese, infatti, il segno della croce si fa dicendo questa formula della trinità: “In the name of the Father, and of the Son, and of the Holy Ghost”. Facendo riferimento ad una persona, lo spirito è ciò che ne costituisce tutta la propria essenza: il suo istinto, la sua cultura, i suoi ricordi, l’atteggiamento, le paure, i sentimenti, la coscienza. In pratica, tutto ciò che ne fa una persona. Il corpo invece ne è solo il sostegno, ciò che ne dà una fisicità, e quindi ne è l’involucro, la corazza, una sorta di esoscheletro. Il corpo, snaturato, diventa quindi lo “shell”, il “guscio” dello spirito.

    In un’epoca futura -e stiamo entrando nel film- ci si immagina, grazie ai progressi della tecnologia, di poter sostituire più parti del corpo, “upgradandole” con parti sintetiche, sviluppate in laboratorio.
    In questo contesto, l’esperimento estremo, l’ambizione più alta di qualsiasi scienziato, ma su cui fino a quel momento tutti hanno fallito è quello di ottenere la totale sostituzione del corpo, lasciando intatto solo ed esclusivamente il cervello. Il cervello, in partica, risulta ciò che costituisce l’essenza dell’uomo e lo rende un individuo distinguendolo da una macchina; vale a dire che ne è il “ghost”.


    Questa, originariamente, è la trama di un manga cyberpunk, pubblicato nel 1989 dal fumettista giapponese Masamune Shirow, che ebbe enorme riscontro di critica e di pubblico tanto da farne trarre film d’animazione, serie televisive e addirittura videogiochi. L’opportunità di farne anche un film negli Stati Uniti quindi era diventata ghiotta e ben presto si trasformò in un vero progetto grazie alla Dreamworks e Steven Spielberg, che nel 2008 ne acquistarono i diritti.
    Dopo tanti esperimenti, passaggi di mano, polemiche e quant’altro, il lavoro è finalmente uscito nelle sale, solleticando la mia fantasia al punto da diventare per me un film imperdibile; e non solo per la trama, ma anche per l’intrigante protagonista e per la presenza di altri due attori che non mi sarei aspettato di vedere in questo genere di lavoro: Juliette Binoche, nel ruolo della dottoressa che realizza il “Ghost in the Shell”, e nientepopodimeno che Takeshi Kitano (e non dico altro), nel ruolo del fondatore e leader della sezione di polizia in cui la bella Scarlett è impiegata.
    Non ve lo dico però se mi è piaciuto: quando lo vedrete (se lo vedrete) potete essere voi stessi a dirmelo commentando su questo post. Poi io vi dirò la mia opinione.
    Invece prendo di nuovo spunto dalla parola shell, ma nel suo normale significato di conchiglia, per proporre un piatto da abbinare. Si tratta di un piattino semplice semplice, ma la cui riuscita dipende molto (come al solito) dalla qualità dei prodotti selezionati: le Capesante Gratinate. 



    Ho scelto di inserire direttamente il video perché rende l’idea della semplicità nella preparazione, ma va tenuto molto bene conto dell’importanza della pulizia delle capesante: non è solo per una questione igienica (cosa di sicuro estremamente importante) ma anche per evitare la presenza di sabbia nel boccone, che senza dubbio guasterebbe il risultato finale.

    Enjoy

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