Liebster .. in libertà!


E' sempre un onore ricevere il Liebster Award.. soprattutto perché è un riconoscimento che arriva da altri blog come noi appassionati di cinema e nondimeno perché permette di raccontare qualche curiosità su di noi.. segnalando a nostra volta altri blog 'meritevoli' del Liebster. Per chi non ricordasse le ccregole del premio, potete guardare qui

Abbiamo deciso di sfruttare questa occasione per far conoscere meglio i 3 'uomini' del blog, che hanno risposto ognuno ad alcune domande poste dai nostri amici blogger che ci hanno nominato e ci hanno lasciato qualche 'curiosità!

ALVARO
Le risposte alle domande di La sedia Purpurea del Cinema

Tre film belli visti ultimamente: 
Lo chiamavano Jeeg Robot: grande dimostrazione di coraggio e di "concreta fantasia" nella realizzazione di un tema decisamente non facile e molto rischioso 
La Pazza Gioia: un Virzì che dimostra di crescere di lavoro in lavoro, raggiunge con questa pellicola un livello di eccelleza davvero notevole, trattando per di più un tema spinoso e di rilievo 
Inside-out: anche i film di animazione meritano il loro spazio e questo in particolare è risultato uno dei migliori tra quelli usciti recentemente... forse, sotto certi aspetti, più adatto a noi adulti 
L'attore/attrice che proprio non sopporti: pur riconoscendone la bravura Leonardo Pieraccioni: lo so, da fiorentino ricevo sempre occhiatacce quando lo dico, ma nonostante mi sforzi non riesco proprio ad apprezzarlo. Sono l'unico al mondo a pensarla così? E vabé, me ne farò una ragione. 
Il regista che "perdoni" sempre, anche quando fa cazzate: Darren Aronofsky: è il mio mito, il suo stile mi cattura e mi tasporta, sono profondamente affascinato dai suoi lavori... e questo anche se Noah è stato deludente per me. Non solo lo perdono, ma lo aspetto con ansia. 

- Una fetta essenziale della mia vita l'ho sempre dedicata alla musica. Purtroppo sono ormai troppi anni che ho smesso di suonare, ma non escludo in futuro di rispolverare le mie chitarre e tornare a comporre come un tempo 

- Esiste solo un'automobile sportiva che mi piace da impazzire, anche se non potrò mai 
permettermela, ed è la Porsche 911 turbo. Non parlatemi di Ferrari o altro: è quella e 
solo quella. Per le moto? Anche lì ne ho solo una che tengo nel cassetto dei sogni, ma che è decisamente molto più alla portata: l'Honda Transalp! 
- Credo veramente nella frase "l'opposto dell'amore non è l'odio ma l'egoismo", eppure negli ultimi 8 anni si è instaurata in me una certa dose di egoismo che (insieme ai miei insostituibili amici) mi ha permesso di ritrovare l'equilibrio perduto e mi ha insegnato a vivere bastando a me stesso. 


OSCAR

Le risposte alle domande di Solaris

Il regista più sopravvalutato. 

La lista è lunga. C’è un nome, però, che mi fa venire la pellagra ogni volta che viene pronunciato. Tim Burton. Ecco, sto già desquamandomi.

Il regista più sottovalutato. 

Anche qui, la lista è lunga. William Malone sarebbe in grado di realizzare bei film. Se qualcuno gli desse dei soldi e gli lasciasse fare quello che vuole. 

Cosa rispondi a chi dice “era meglio il libro”? 

Libri e film hanno poco a che fare l’uno con l’altro, anche nel momento in cui uno viene tratto dall’altro. Sono media differenti. Ci sono delle cose che non puoi fare in un film, ma fare in un libro e viceversa. La mia risposta, in genere, è la sequente: “Stai Zitto”

Il film che “ce l’hai lì da vedere” ma non ne hai il coraggio.  

Non c’è. Cerco appositamente film che richiedono una certa dose di coraggio per essere visionati. 

- Sono talmente ateo che ho avuto bisogno di trovare qualcosa in cui credere. La filmografia di Andrzej Żuławski. 

- La mia libreria iTunes sembra soffrire di personalità multipla. Accanto al concerto per piano e orchestra n°2 di Brahms c’è From Here to Eternity di Giorgio Morder. 
- Cucino un ottimo clafoutis al salmone.

GEORGE

Le risposte alle domande di Non c'è Paragone

Qual è il film che piace a tutti, ma tu odi impunemente? 
In generale tutti i vari Manuali d'Amore 1 2 .....e comunque Verdone dopo i cult 80' si è perso.... 
Il tuo lavoro ha a che fare con il cinema oppure fai tutt'altro? 

Tutti i lavori hanno a che fare con il cinema, si recitano tante parti ma in fondo parti di te stesso 
Che sport segui?

Calcio più di quanto non facessi in passato, tennis...ma confesso che la settimana scorsa in un momento di debolezza mi sono trovato a guardare i mondiali di freccette su Sky e non scherzo.

- Dopo House of Card la mia passione per le fiction è cresciuta esponenzialmente, ultima goduriosa visione la seconda serie di Gomorra
- Consiglio a tutti di leggere la biografia di Steve Jobs
- Ho amato e continuo ad amare il canottaggio, che ho praticato con passione per tanti anni

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Ed eccoci alla segnalazione di altri 11 blog che seguiamo assiduamente e ..... a voi l'invito a far continuare questa virtuosa catena! 

Perso Già di Suo
Combinazione casuale
Note di cioccolato
A tutta cucina
Banana e Cioccolato
Golosona
La stamberga dei lettori
Eyes Wide Ciak
Non c'è Paragone
Solaris
La sedia Purpurea del Cinema


Ai blogger vincitori, invece di 11 domande, lanciamo una sfida: raccontateci il vostro film preferito ed associategli una ricetta...

Buon Divertimento!

Parliamo di Timballo!


Si sono tenute in provincia di Teramo le riprese del cortometraggio ‘Timballo’, diretto da Maurizio Forcella. Protagonista, per la prima volta nei panni di se stessa, l'attrice Maria Grazia Cucinotta. 

Il corto, scritto dal regista e da Pietro Albino Di Pasquale (già sceneggiatore di lungometraggi quali L'uomo Fiammifero, Into Paradiso, Mozzarella Stories e Buoni a Nulla), racconta la storia di un gruppo di migranti (un senegalese, un macedone e un kosovaro) che, improvvisandosi cuochi, riescono a risollevare le sorti di un ristorante in rovina reinventando, a modo loro, un piatto tipico della tradizione teramana: il timballo. 

Le riprese del cortometraggio sono state precedute dalla premiazione del miglior timballo, contest culinario lanciato in alcuni istituti alberghieri abruzzesi. Vincitore all'assaggio di una qualificata giuria è risultato il Timbascous con crespelle di grano di Saragolla, lenticchie di Santo Stefano Di Sessanio, crema di peperoni di Altino e pallottine di cimette di rapa e quenelle di patata viola", alternativa 'etnica' con couscous del tipico piatto teramano, realizzato dagli studenti-cuochi della III C dell'Istituto Alberghiero Crocetti - Cerulli di Giulianova. 

Ecco la ricetta del 'Timbascous' (e non fatevi spaventare dalla lista degli ingredienti!)



Ingredienti: 
3 uova intere 
120 gr di farina di grano Saragolla macinata a pietra 
100 gr di acqua 
100 gr di peperone dolce di Altino 
100 gr di lenticchie di Santo Stefano di Sessanio 
100 gr di patata viola della Marsica 
100 gr di cime di rapa 
30 gr di pane grattugiato 
100 gr di latte 
50 gr di Canestrato di Castel del Monte 
50 gr di burro 
80 gr di fiordilatte 
Cipollotti freschi 
Olio extra vergine delle Colline Teramane 
sale e pepe qb 

Preparare le crespelle con le uova, la farina, l'acqua e il sale. A parte, cuocere il couscous in acqua bollente. Foderare uno stampo da forno con le crespelle, adagiare uno strato di couscous, disporre i legumi e una spolverata di canestrato, continuare così per tutti gli altri strati fino a riempimento. Infornare e portare a cottura. Nel frattempo, preparare un roux con burro e farina, versare il latte bollente e unire il peperone precedentemente spadellato. Disporre sul fondo del piatto la crema e adagiarvi sopra il timballo. 

La giuria del contest era formata dal nutrizionista Paolo De Cristofaro, lo chef Antonio Verdino, il prof. di Scienze e Tecnologie Alimentari Giampiero Sacchetti, l'africanista e prof. della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Kisangani - Repubblica Democratica del Congo Mukuna Samulomba Malaku e il regista Maurizio Forcella. 

Il 'Timbascous' è dunque protagonista-altro del cortometraggio quasi interamente girato e ambientato nell’antica città d’arte di Campli. Un lungometraggio che unisce la cucina, l'integrazione e il cinema... potevamo non parlarne? 

La Pazza Gioia e Franco Basaglia


Forse non tutti sono a conoscenza del fatto che l’Italia è stato il primo paese nel mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici. Non solo: almeno fino all’uscita di questo film, è anche l’unico paese ad averlo fatto.

Tutta questa gloria (anche se a molti è sconosciuta) la dobbiamo a Franco Basaglia, un personaggio chiave della psichiatria e psicoterapia, grazie a cui nel 1978 uscì la Legge 180 -nota appunto come Legge Basaglia- che costituisce la prima ed unica legge quadro che impone la chiusura dei manicomi e la regolamentazione del TSO (trattamento sanitario obbligatorio), istituendo i servizi di igiene mentale pubblici (REMS).
Basaglia fu il più importante esponente della critica alla psichiatria che usava il manicomio come luogo di emarginazione e non di cura, che privava il malato della dignità di essere umano, che abusava dell’elettroshock come strumento per “sedare”. In contrapposizione promuove il concetto di folle non solo come malato ma anche di uomo, evidenziando il valore di tutti i suoi normali bisogni all’interno di una terapia.
Certo tutte queste idee Franco le ha maturate non solo attraverso l’esperienza personale, ma anche studiando gli scritti e le esperienze di altri dotti colleghi europei: la differenza è che lui ha trasformato questi concetti filosofici in azioni concrete ed è stato l’unico nel mondo a farlo.

A conti fatti, purtroppo, la “chiusura ufficiale” degli OPG (ospedali psichiatrici giudiziari) è avvenuta solo nel marzo 2015… ed è comunque una meta-chiusura, nel senso che nella maggior parte delle regioni non esistono ancora le strutture alternative che la legge prevede e ci sono svariati movimenti che lottano contro l’abuso del TSO stesso (e cito SLINT, una canzone scritta dal Teatro degli Orrori proprio a questo scopo).

Tutta questa premessa, forse un po’ pesante, è a mio avviso molto utile da conoscere per comprendere meglio questa pellicola, nella quale si vedono “persone” (perché da tali sono trattate) ricoverate in una comunità terapeutica giudiziaria, dove il rapporto umano ha un valore ed anche l’esigenza di lavorare per sentirsi utili è rispettata (valutando magari chi può farlo solo all’interno della struttura e chi invece può farlo anche fuori sotto custodia). E si vede l’amicizia affascinante tra due “ospiti” molto particolari, molto diverse, ma in qualche modo tutto loro anche complementari.


Tutto trattato con le ormai note capacità di Paolo Virzì e supportato dall’abilità di Francesca Archibugi ad ammorbidire la narrazione, preferendo invece sottolineare (in punta di piedi) l’importanza di far sentire le “ospiti” come considerate degne di rispetto, seppur tenendole sotto una forma particolare di detenzione.

Un film che trovo estremamente valido, a tratti commovente, e contenitore di messaggi importanti. Insomma è da vedere, anche per apprezzare la bravura di Valeria Bruni Tedeschi nell’interpretare il personaggio di Beatrice, una donna che si atteggia a gran signora e dispensa continuamente consigli alle altre “ospiti”.

Ed è pensando a Beatrice che ho selezionato il giusto piatto da associare al film: un piatto raffinato, da gourmet, di alta gastronomia, qualcosa che possa essere realizzata a dovere solo da un competente chef.

Uovo fritto su letto di bietole, con chiodini e bottarga 




Il piatto è bellissimo e di una complessità sicuramente alta, soprattutto per la preparazione dell’uovo, che deve essere croccante all’esterno e contemporaneamente cremoso all'interno.

Audrey e George hanno avuto la fortuna sfacciata di poter gustare questo piatto preparato dal giovane e talentuoso chef Enrico Panero prima che lui lasciasse il ristorante “Da Vinci” di Eataly.

Non avendo a disposizione la ricetta dello chef (e non volendo azzardare un’improvvisazione) probabilmente la cosa migliore è lasciarvi con questa suggestione, sperando vi stimoli a raccogliere la sfida e cimentarvi nel cercare di realizzarla!
Come piccolo aiuto, nel caso, si può fare riferimento a questo link, che dà qualche aiuto nella realizzazione dell’uovo fritto.


Enjoy

The Breakfast Club e la Girella fatta in casa

Di Oscar Francioso



Andy, Brian, John, Allison e Claire sono cinque liceali. A causa di punizioni di vario titolo, i ragazzi sono costretti a passare il sabato nella biblioteca della scuola. Il preside, Richard Vernon, che a tratti dovrà sorvegliarli e sopportarne le esuberanze, assegna loro un tema: "Chi sono io?". Del tutto non intenzionati a svolgere il tema, i ragazzi ne approfitteranno per confrontare i relativi problemi di vita. 

Il lavoro di Hughes - e altri registi come Joel Schumacher (quando ancora sapeva dirigere film), Coppola e Rob Reiner - portò alla creazione di questo gruppo, Brat Pack - banda di monelli - che elabora film legati alla cultura degli adolescenti dell’epoca e prende il nome da “Rat Pack” (“banda di topi”). Torniamo indietro pressappoco di un ventennio. Humphrey Bogart, Spencer Tracy, Frank Sinatra, David Niven – e altri bellissimi omini dei tempi che furono – si recarono a Las Vegas in occasione della prima di uno spettacolo di Noel Coward al Desert Inn. Dopo quattro giorni di gioco d’azzardo e bevute fino a tarda notte, Lauren Bacall – osservando lo stato pietoso del marito, probabilmente – definì il gruppo un “Branco di Ratti”. La cosa ebbe una certa presa su quegli uomini, tanto che la settimana successiva il gruppo venne ufficializzato. Bogart, che era Pulp nei film quanto nella vita, dichiarò che il gruppo esisteva per “combattere la noia e perpetuare l’indipendenza. Noi ci ammiriamo e non ci importa di nessun altro”. Questo comportamento vi ricorda qualcosa? Forse un gruppo di adolescenti? 

Quella di Hughes non è stata altro che un’opera di calibrazione di età. Nella maggior parte dei casi, da adolescenti siamo tutti stereotipi. Non si scappa. Hughes gioca con questa storia degli stereotipi. I cinque ragazzi sono un secchione, uno sportivo, un ribelle, la borghese e la ragazza dark-problematica. Possono essere considerati sia stereotipi cinematografici, sia stereotipi nella vita. Ma non lo sono: sono solo ragazzi che si avvicinano a quella cosa, senza diventarla del tutto. Adolescenti. I loro problemi sono reali. Uguali a quelli di altre persone come loro, ma reali.

La regia è pulita, quasi invisibile, senza “niente di strano”. Ma di “cose strane” ne succedono eccome. All’interno di un film serio abbondano sia elementi di rottura della quarta parete, sia elementi slapstick. Poi ci sono gli elementi a chiave musicale. Più sottili e più interessanti. Tipo la citazione al video di “One Step Beyond” dei Madness. Il primo evento di rottura è musicale e avviene quasi all’inizio del film, come se Hughes avesse voluto dirci “occhio”. Bender mima con le mani la melodia di una chitarra elettrica. Della colonna sonora! Ancora, Bender fischietta il tema di “Il ponte sul fiume Kwai”. Gli altri ragazzi lo seguono e poi, a sottolineare quanto sia strano quello che sta succedendo, arriva il commento sonoro del film. Questi vari elementi sono stati usati, probabilmente, per evitare di “appesantire” il film oltre il necessario, di non renderlo troppo “serioso” benché sia molto serio. Tutti questi elementi, messi assieme, hanno fatto nascere un film che è rimasto nella storia del cinema e che, per un decennio, ha rappresentato davvero una generazione. 

Hughes sapeva perfettamente cosa voleva fare e dove voleva arrivare, tant’è che scrisse la sceneggiatura in soli due giorni. Il film dura 97 minuti, ma originariamente durava due ore e trenta. Le scene vennero riprese tutte quante, per poi essere tagliate in fase di montaggio. “Paura di annoiare il pubblico” pare. L’unica versione integrale è rimasta in mano a Hughes – e narra la leggenda che nessuno l’abbia mai vista. 

Prima di vedere questo film dovrete esserne all'altezza: provate a cimentarvi nella realizzazione home-made di una merendina cult negli anni '80:  La Girella!


http://www.hovogliadidolce.it

 Per realizzare circa 12 girelle vi serviranno:

140 gr di farina 00
- 5 uova medie
- 100 gr di zucchero semolato
- 20 di cacao amaro in polvere
- estratto di vaniglia ( in alternativa vanillina)
- un cucchiaino di miele (facoltativo)
- un pizzico di sale
- un cucchiaino raso di lievito per dolci
- Nutella q.b.

Per la ricetta completa potete seguire il blog Ho Voglia di Dolce: cliccate qui

Whiplash e la Pizza Americana


La passione per il Jazz di un diciottenne americano che frequenta una delle più prestigiose scuole di musica di New York, l'ossessione di diventare uno dei più grandi batteristi di sempre e un insegnante dai metodi poco ortodossi, al limite della crudeltà. Questi gli ingredienti del film Whiplash che ha vinto tre Oscar e ha trionfato al Sundance Festival.

Si dice che Charlie Parker - alias Bird - non sarebbe diventato uno dei migliori sassofonisti jazz del mondo se Jo Jones non gli avesse tirato addosso un piatto della batteria, dopo che aveva sbagliato un'entrata. Questo il mantra che Fletcher ripete ai suoi allievi, inducendoli a superare i propri limiti oppure a lasciare. Fino a che non incontra il caparbio diciannovenne Andrew, che crede in se stesso e nel suo orgoglio e il duello tra i due diventerà sempre più intenso. Fino al bellissimo finale.

Fino al sangue versato sui tamburi. Fino a Whiplash che è la sfida oltre il limite. Il proprio limite. Al di là del raggiunto e del raggiungibile. Al di là del dolore. Soglia fisica, contrapposta al sublime piacere della vibrazione intellettuale. E il film di Chazelle è l’oltre. Un oltre musicale che tocca la psicologia. I nervi. Il fisico. Il carattere. La resistenza. La vendetta. La violenza. La tortura. Nascoste dal dolce fascino di un brano jazz.  (Stefano Giani)

E il ritmo è tutto nel jazz, così come nel film, che a colpi di batteria ci porta dentro questo mondo in parte dimenticato dal grande pubblico ma non per questo meno affascinante. Prima di vedere il film, date un occhio a questo video per capire con quali 'miti' della musica si confronta il giovane Andrew. Per una 'chicca' più divertente invece cliccate qui.




Per un abbinamento culinario in tema, non può esserci che la pizza - ovviamente quella americana - e guardando il film scoprirete il perché!

Come tutti i migliori successi culinari esportati in tutto il mondo, anche la pizza che pure ha una sua identità ben definita, può presentarsi arricchita di una varietà di gusti che noi non ci sogneremmo neanche di immaginare per adattarsi a quello che offre il territorio. Così ho scovato questa ricettina in un blog americano che ho tradotto per voi. Ma se volete scoprire altre varianti, potete andare voi stessi a vedere da Foodie Crush

Pizza con mele, blue cheese e bacon


http://www.foodiecrush.com/maple-apples-blue-cheese-and-bacon-pizza/

Ingredienti:
- pasta per pizza comprata o fatta in casa
- 90 gr.di blue cheese
- una tazza con spicchi d'aglio arrostiti
- 4 fette di bacon cotto, tagliate a pezzi grossi 
- 150 gr. di formaggio per pizza filante
- 2 piccole mele tagliate a fette sottili
- mezza tazza di sciroppo d'acero

Preriscaldate il forno a 200 gradi. Mettete le mele a fette in una ciotolina e irroratele con lo sciroppo d'acero. Stendete la pasta su una teglia ricoperta di carta forno e lasciate riposare qualche minuto. Iniziate ad aggiungere gli ingredienti in questo ordine: prima il formaggio per pizza, poi le fettine di mela, gli spicchi d'aglio e il bacon e infine il blue cheese. Cuocere per almeno 10 minuti o fino a che la crosta non è dorata e il formaggio fuso. Appena sfornata, irrorate con sciroppo d'acero.

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