The Breakfast Club e la Girella fatta in casa

Di Oscar Francioso



Andy, Brian, John, Allison e Claire sono cinque liceali. A causa di punizioni di vario titolo, i ragazzi sono costretti a passare il sabato nella biblioteca della scuola. Il preside, Richard Vernon, che a tratti dovrà sorvegliarli e sopportarne le esuberanze, assegna loro un tema: "Chi sono io?". Del tutto non intenzionati a svolgere il tema, i ragazzi ne approfitteranno per confrontare i relativi problemi di vita. 

Il lavoro di Hughes - e altri registi come Joel Schumacher (quando ancora sapeva dirigere film), Coppola e Rob Reiner - portò alla creazione di questo gruppo, Brat Pack - banda di monelli - che elabora film legati alla cultura degli adolescenti dell’epoca e prende il nome da “Rat Pack” (“banda di topi”). Torniamo indietro pressappoco di un ventennio. Humphrey Bogart, Spencer Tracy, Frank Sinatra, David Niven – e altri bellissimi omini dei tempi che furono – si recarono a Las Vegas in occasione della prima di uno spettacolo di Noel Coward al Desert Inn. Dopo quattro giorni di gioco d’azzardo e bevute fino a tarda notte, Lauren Bacall – osservando lo stato pietoso del marito, probabilmente – definì il gruppo un “Branco di Ratti”. La cosa ebbe una certa presa su quegli uomini, tanto che la settimana successiva il gruppo venne ufficializzato. Bogart, che era Pulp nei film quanto nella vita, dichiarò che il gruppo esisteva per “combattere la noia e perpetuare l’indipendenza. Noi ci ammiriamo e non ci importa di nessun altro”. Questo comportamento vi ricorda qualcosa? Forse un gruppo di adolescenti? 

Quella di Hughes non è stata altro che un’opera di calibrazione di età. Nella maggior parte dei casi, da adolescenti siamo tutti stereotipi. Non si scappa. Hughes gioca con questa storia degli stereotipi. I cinque ragazzi sono un secchione, uno sportivo, un ribelle, la borghese e la ragazza dark-problematica. Possono essere considerati sia stereotipi cinematografici, sia stereotipi nella vita. Ma non lo sono: sono solo ragazzi che si avvicinano a quella cosa, senza diventarla del tutto. Adolescenti. I loro problemi sono reali. Uguali a quelli di altre persone come loro, ma reali.

La regia è pulita, quasi invisibile, senza “niente di strano”. Ma di “cose strane” ne succedono eccome. All’interno di un film serio abbondano sia elementi di rottura della quarta parete, sia elementi slapstick. Poi ci sono gli elementi a chiave musicale. Più sottili e più interessanti. Tipo la citazione al video di “One Step Beyond” dei Madness. Il primo evento di rottura è musicale e avviene quasi all’inizio del film, come se Hughes avesse voluto dirci “occhio”. Bender mima con le mani la melodia di una chitarra elettrica. Della colonna sonora! Ancora, Bender fischietta il tema di “Il ponte sul fiume Kwai”. Gli altri ragazzi lo seguono e poi, a sottolineare quanto sia strano quello che sta succedendo, arriva il commento sonoro del film. Questi vari elementi sono stati usati, probabilmente, per evitare di “appesantire” il film oltre il necessario, di non renderlo troppo “serioso” benché sia molto serio. Tutti questi elementi, messi assieme, hanno fatto nascere un film che è rimasto nella storia del cinema e che, per un decennio, ha rappresentato davvero una generazione. 

Hughes sapeva perfettamente cosa voleva fare e dove voleva arrivare, tant’è che scrisse la sceneggiatura in soli due giorni. Il film dura 97 minuti, ma originariamente durava due ore e trenta. Le scene vennero riprese tutte quante, per poi essere tagliate in fase di montaggio. “Paura di annoiare il pubblico” pare. L’unica versione integrale è rimasta in mano a Hughes – e narra la leggenda che nessuno l’abbia mai vista. 

Prima di vedere questo film dovrete esserne all'altezza: provate a cimentarvi nella realizzazione home-made di una merendina cult negli anni '80:  La Girella!


http://www.hovogliadidolce.it

 Per realizzare circa 12 girelle vi serviranno:

140 gr di farina 00
- 5 uova medie
- 100 gr di zucchero semolato
- 20 di cacao amaro in polvere
- estratto di vaniglia ( in alternativa vanillina)
- un cucchiaino di miele (facoltativo)
- un pizzico di sale
- un cucchiaino raso di lievito per dolci
- Nutella q.b.

Per la ricetta completa potete seguire il blog Ho Voglia di Dolce: cliccate qui

Whiplash e la Pizza Americana


La passione per il Jazz di un diciottenne americano che frequenta una delle più prestigiose scuole di musica di New York, l'ossessione di diventare uno dei più grandi batteristi di sempre e un insegnante dai metodi poco ortodossi, al limite della crudeltà. Questi gli ingredienti del film Whiplash che ha vinto tre Oscar e ha trionfato al Sundance Festival.

Si dice che Charlie Parker - alias Bird - non sarebbe diventato uno dei migliori sassofonisti jazz del mondo se Jo Jones non gli avesse tirato addosso un piatto della batteria, dopo che aveva sbagliato un'entrata. Questo il mantra che Fletcher ripete ai suoi allievi, inducendoli a superare i propri limiti oppure a lasciare. Fino a che non incontra il caparbio diciannovenne Andrew, che crede in se stesso e nel suo orgoglio e il duello tra i due diventerà sempre più intenso. Fino al bellissimo finale.

Fino al sangue versato sui tamburi. Fino a Whiplash che è la sfida oltre il limite. Il proprio limite. Al di là del raggiunto e del raggiungibile. Al di là del dolore. Soglia fisica, contrapposta al sublime piacere della vibrazione intellettuale. E il film di Chazelle è l’oltre. Un oltre musicale che tocca la psicologia. I nervi. Il fisico. Il carattere. La resistenza. La vendetta. La violenza. La tortura. Nascoste dal dolce fascino di un brano jazz.  (Stefano Giani)

E il ritmo è tutto nel jazz, così come nel film, che a colpi di batteria ci porta dentro questo mondo in parte dimenticato dal grande pubblico ma non per questo meno affascinante. Prima di vedere il film, date un occhio a questo video per capire con quali 'miti' della musica si confronta il giovane Andrew. Per una 'chicca' più divertente invece cliccate qui.




Per un abbinamento culinario in tema, non può esserci che la pizza - ovviamente quella americana - e guardando il film scoprirete il perché!

Come tutti i migliori successi culinari esportati in tutto il mondo, anche la pizza che pure ha una sua identità ben definita, può presentarsi arricchita di una varietà di gusti che noi non ci sogneremmo neanche di immaginare per adattarsi a quello che offre il territorio. Così ho scovato questa ricettina in un blog americano che ho tradotto per voi. Ma se volete scoprire altre varianti, potete andare voi stessi a vedere da Foodie Crush

Pizza con mele, blue cheese e bacon


http://www.foodiecrush.com/maple-apples-blue-cheese-and-bacon-pizza/

Ingredienti:
- pasta per pizza comprata o fatta in casa
- 90 gr.di blue cheese
- una tazza con spicchi d'aglio arrostiti
- 4 fette di bacon cotto, tagliate a pezzi grossi 
- 150 gr. di formaggio per pizza filante
- 2 piccole mele tagliate a fette sottili
- mezza tazza di sciroppo d'acero

Preriscaldate il forno a 200 gradi. Mettete le mele a fette in una ciotolina e irroratele con lo sciroppo d'acero. Stendete la pasta su una teglia ricoperta di carta forno e lasciate riposare qualche minuto. Iniziate ad aggiungere gli ingredienti in questo ordine: prima il formaggio per pizza, poi le fettine di mela, gli spicchi d'aglio e il bacon e infine il blue cheese. Cuocere per almeno 10 minuti o fino a che la crosta non è dorata e il formaggio fuso. Appena sfornata, irrorate con sciroppo d'acero.

Lo Chiamavano Jeeg Robot e il Budino alla Vaniglia


La Regina Himica, Hiroshi Shiba, il Signore del drago... e Miwa che lancia i componenti dal suo Big Shooter!! Dai 9 ai 10 anni ero perso fra questi personaggi: mai prima di allora mi ero tanto appassionato ad una serie di cartoni animati. E non ero il solo: a scuola tutti i miei compagni, come me, si “pittavano” le mani per simulare i guanti di Hiroshi e trasformarsi in Jeeg saltando in aria, sbattendo tra loro i pugni ed urlando “JEEG  –  ROBOT  –  D’ACCIAIO”!! Poi la fantasia faceva il resto.

Una serie televisiva che ha lasciato un forte segno nei bimbi (e forse anche nei ragazzi) di quei tempi... e in me tantissimo. Se poi esce un film che s’intitola “Lo chiamavano Jeeg Robot” secondo voi io che faccio? Ma certo che lo vado a vedere, cavolo! Non solo, ci vado con tutto il CDA del Blog per festeggiare tutti assieme il mio compleanno, perciò prima cena al messicano, innaffiata di Frozen-Margarita, e poi subito al cinema.


Nessuna aspettativa, solo tanta voglia di vederlo. Ma, con nostra grande sorpresa, il film è veramente molto bello! Per quanto assurda possa apparire l’idea, la realizzazione rende tutto assolutamente credibile e gli attori (tutti) sono così bravi che il film ti cattura e ti trascina appassionandoti fino alla fine. E congratulazioni al grande Gabriele Mainetti, di non ancora quarant’anni, il cui coraggio di esordire nel mondo dei lungometraggi con un’opera di questo tipo (e vorrei sapere chi avrebbe fatto lo stesso) gli porta ben 16 nomination ai David di Donatello 2016, di cui porta a casa ben 7 statuette!! Un numero straordinario, che annovera, oltre ai 4 attori principali, anche quella per il miglior regista esordiente (già, proprio lui).

Anche io, come altri blogger prima di me, voglio riportare il commento di Gabriele Niola, di MyMovies, che scrive quanto segue: «quello di “Lo chiamavano Jeeg Robot” è un trionfo di puro cinema, di scrittura, recitazione, capacità di mettere in scena e ostinazione produttiva, un lungometraggio come non se ne fanno in Italia, realizzato senza essere troppo innamorati dei film stranieri ma sapendo importare con efficacia i loro tratti migliori». Bravo Niola, sono d’accordo con te.

Ma parliamo un po’ del cibo, perché prima di andare a vedere il film avevamo concordato con il CDA di inserire uno dei piatti messicani che avevamo appena degustato; invece usciti dal cinema eravamo tutti d’accordo sul no: c’è solo una ricettina che possiamo legare al film, in quanto il protagonista per tutto il tempo mangia praticamente solo una cosa, ovviamente fumandoci sempre assieme una sigaretta. In realtà quello che mangia è un famoso prodotto confezionato (molto riconoscibile) che però qui non citerò, proprio come nel film hanno fatto attenzione a non farne mai pubblicità; si tratta del Budino Cremoso alla Vaniglia.




Di ricette se ne trovano svariate, con dosi e consistenze differenti, e di sicuro nessuna di queste sarà uguale a quella amata dal nostro Hiroshi Shiba, però ve ne propongo una scelta da me, più per simpatia (il blog è quello de Il Pasto Nudo, come il film su cui ho postato diverso tempo fa) che per aver fatto un reale confronto con le altre.

Ingredienti
875gr di latte fresco intero, 
100gr di zucchero grezzo chiaro; 
30gr di maizena (amido di mais); 
1/4 di cucchiaino di sale integrale; 
1 uovo bello grande 
una presa generosa di polvere di vaniglia

Preparazione: mettere 500gr del latte in un pentolino abbastanza capiente a scaldare a fiamma medio-bassa e, mentre il latte raggiunge il quasi-bollore, mescolate in una ciotola di vetro resistente al calore zucchero, maizena, sale e polvere di vaniglia. Poi prendere il latte rimanente (a temperatura ambiente) e versarlo molto piano e gradatamente nel composto secco, mescolando continuamente con una frusta in modo da non far formare grumi. Una volta incorporato tutto il latte, aggiungere l’uovo, precedentemente sbattuto in un bicchiere, e amalgamatelo bene al resto.
Quando il latte sarà quasi arrivato a ebollizione, versarlo con molta calma nel composto freddo mescolando bene, poi riversare tutto nel pentolino e rimettere sul fuoco, lasciandolo sobbollire piano piano mentre si mescola con un cucchiaio di legno. Mescolare fino a quando il composto non avrà raggiunto la densità che si desidera: più si mescola, più l’acqua evapora e più il budino diviene denso.
Raggiunta la consistenza desiderata, versare la crema in sei vasetti e lasciare raffreddare a temperatura ambiente, quindi metterci la pellicola e lasciarli in frigo per almeno un paio d’ore.

Poi, se l’idea di Hiroshi dovesse “sfiziarvi”, degustatelo pure fumandoci assieme anche una sigaretta…


Enjoy

Gente Comune .. e il Baccalà agrodolce

Di Oscar Francioso



Tutti conoscono Robert Redford (classe ’36) come attore. In effetti ha recitato in film molto belli ed è nota la sua collaborazione con Pollak. “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” (Jeremiah Johnson, 1972), “I tre giorni del condor” (Three Days of the Condor, 1975) e “La mia Africa” (Out of Africa, 1985), per citarne alcuni. Pochi, invece, conoscono Redford come regista. Meno ancora sanno che l’unico Oscar che ha vinto – tralasciando quello onorario – gli è stato assegnato non la recitazione, ma per la regia. “Gente Comune” (Ordinary People, 1980) è un bellissimo film tratto dal romanzo “Gente senza storia” di Judith Guest del 1979, brillantemente sceneggiato da Alvin Sargent. 

La pellicola è da vedere, quindi non mi dilungo troppo sulla trama. I Jarret sono una famiglia borghese, recentemente colpita da un lutto: il loro figlio maggiore è morto. In seguito, il minore (interpretato da Tim Hutton) tenta il suicidio. Il film segue le vicende della famiglia, che cerca di elaborare la perdita. Ci sono quindi la madre, interpretata da Mary Tyler Moore, che vuole “salvare la facciata” e il padre (Donald Sutherland) che fa da mediatore nel complesso rapporto tra moglie e figlio. I

Il film è molto lento. Lento non significa noioso. Significa solo quel che significa: lento. L’elaborazione del dolore è una cosa lenta, quindi sia storia sia regia si sviluppano nello stesso modo. Redford gira in modo invisibile, lasciando perdere inutili barocchismi e raccontando la storia per quella che è. L’unico vezzo che si concede, se vogliamo, è l’uso di una fotografia un po’ spinta nei momenti di maggiore tensione, ma lo spettatore se ne accorge appena. Motivo: il tipo di regia è giustificato dalla storia e viceversa. 

I film diretti da attori hanno, nella maggior parte delle volte, una marcia in più. Questo perché il regista diventa in grado di parlare con più precisione ai suoi collaboratori. I primi piani nella pellicola sono splendidi: Redford sapeva di poterli gestire. E c’è riuscito. Tutti, sotto il sorriso, celano una specie di dolore latente. Dal più pronunciato Tim al più nascosto Sutherland, i cui sorrisi sono benevolmente falsi. Il commento musicale di Gente Comune è praticamente ridotto all’osso. Realizzare un film senza commento o con un commento limitato è difficile. 

La pellicola rischia di diventare pesante – anche se in alcuni casi è proprio questo il fine del regista. In pochi ci sono riusciti. Allen è tra questi. Pensate a “Settembre” (September, 1987) o al bellissimo “Interiors” (id. 1978). Redford gioca molto bene con la colonna sonora. Si tratta di variazioni sul Canone in Re Maggiore di Pachelbel. La prima volta che sentiamo la melodia, la musica è extradiegetica. Subito dopo entriamo in una scuola: è il coro che sta eseguendo il canone. Quindi diventa intradiegetica. Di lì in poi è facile capire il motivo delle variazioni sul tema: non uscire mai dalla storia. 

Quella musica fa parte del protagonista e come tale viene riproposta e variata, esattamente come varierà il protagonista nel corso della vicenda. La scelta stessa di un canone non è casuale. Certo, il motivetto scritto da Pachelbel è molto orecchiabile. Ma pensate a cos’è un canone. Ad una melodia base vengono sovrapposte progressivamente una o più imitazioni. La melodia del film è il lutto. Le “imitazioni” sono le reazioni dei tre protagonisti che, inevitabilmente, andranno a sovrapporsi. La sceneggiatura, scritta da Alvin Sargent, è perfetta. Non per nulla gli è valsa un Oscar – in totale il film ne ha presi quattro: miglior film, regia, sceneggiatura non originale e attore non protagonista a Hutton. Syd Field è noto per i suoi manuali di sceneggiatura strutturalista. Gente Comune appare molte volte nel suo “The Screenwriter’s Workbook”. 

Questa sceneggiatura è un perfetto esempio di… tutto. La trasformazione dei personaggi, ad esempio. Il giovane Tim Hutton subisce una trasformazione enorme. All’inizio è chiuso in se stesso e introverso. Alla fine è capace di aprirsi e di esteriorizzare i propri sentimenti. Anche suo padre cambia. Comincia con l’essere formale e condiscendente, poi impara ad ascoltare davvero il figlio, trasformandosi in un uomo tollerante e comprensivo. Sutherland mette in discussione tutto: il suo atteggiamento, l’amore che prova per la moglie e il suo matrimonio. Mette in discussione i propri valori, bisogni, desideri e trova il coraggio di chiedere aiuto allo psichiatra del figlio. L’unico personaggio che non cambia è la madre. Definita nelle indicazioni iniziali della sceneggiatura come “gentile e controllata” è una persona convinta che l’apparenza sia tutto. Nel corso della vicenda resta padrona di sé, con atteggiamenti e convinzioni inflessibili. Questo la rende l’antagonista “visibile” della vicenda, anche se i veri cattivi, in questo caso, sono i personaggi stessi. Nessuno ha ragione e nessuno ha torto: sono semplicemente loro stessi. Sono umani. Alla fine del film, padre e figlio sono cambiati, mentre la madre no. La famiglia si divide. Nell’ultima scena, padre e figlio siedono sotto il portico, dopo che la madre se ne è andata. La sua partenza li ha riavvicinati. 

 Gente Comune ha un primo atto fenomenale. Per chi non lo sapesse, un film si sviluppa in tre atto. Il primo, definito “Impostazione”, ha il compito, appunto, di impostare la storia. Dura in genere 30 pagine (circa 30 minuti) a loro volta divisi in blocchi di 10 pagine. Le prime dieci introducono lo spettatore ai protagonisti. Tim Hutton prova nel coro, sua madre è a casa – una casa decisamente troppo linda e pulita – e Sutherland è in treno. Sta tornando a casa dal lavoro. Qualcosa però non va in questa famiglia perfetta. Qualcosa nel viso di Tim ci dice che qualcosa non va. Scendendo dal treno, qualcuno dice a Sutherland: “Siamo addolorati per tutto”. Ottimo esempio di premessa drammatica: abbiamo capito chi sono i personaggi e sappiamo che qualcosa non va. Ma non cosa. Nelle successive 10 pagine viene definito il protagonista: vediamo Tim a scuola e ci accorgiamo di come tutti i suoi rapporti con le altre persone siano tesi. Quasi finti. A scuola, Hutton chiama il dottor Berger (Judd Hirsch), uno psichiatra. Gli dice: “Mi ha dato il numero il dottor Crawford dell’Hillsboro Hospital”. Sappiamo che il protagonista è stato in ospedale, ma non perché. Nelle successive 10 pagine, Hutton va dal dottore. Veniamo a sapere che il giovane è stato in una clinica psichiatrica perché ha tentato di “togliersi di mezzo”. Ecco la definizione del problema in sé: Conrad ha tentato il suicidio e va da Berger per “Riprendere il controllo… così gli altri la smetteranno di preoccuparsi per me”. Questo è il primo atto, che imposta tutta la storia. 

È perfetto. Gente Comune è un film da vedere. È in grado di parlare di cose molto serie – suicidio, lutto, falsità borghese e così via – senza risultare pesante o peggio, moralista. Resterà per sempre uno dei film più belli sul perdono e sulla realizzazione di sé. Una di quelle pellicole che quando finisce ti lascia qualcosa.

Baccalà agrodolce alla ligure
Ricetta da Giallozafferano


Ingredienti: 
 Merluzzo 650 g 
 Zucchero 20 g 
 Aglio 2 spicchi 
 Salvia 3 foglie 
Aceto di vino bianco 10 g V
Vino bianco 100 g 
Farina tipo “00” 30 O
Olio di semi 500 g 

http://ricette.giallozafferano.it/Baccala-agrodolce-alla-ligure.html
Per preparare il baccalà agrodolce alla ligure, prendete il baccalà già dissalato e spellato (se utilizzate baccalà sotto sale serviranno almeno 3 giorni di ammollo). Dividete il filetto in pezzi. Una volta tagliato potrete anche togliere tutte le lische presenti con una pinza da cucina. Quando avrete terminato infarinate tutti i pezzi scuotendoli con delicatezza, in questo modo eliminerete la farina in eccesso. Intanto versate abbondante olio di semi in una pentola dai bordi alti e quando sarà ben caldo cuocete un paio di pezzi alla volta, per 4-6 minuti anche in base allo spessore, ad una temperatura compresa tra i 180° e i 190°, fin quando non saranno ben dorati. Mano a mano che cuocete i pezzi di baccalà, scolateli su carta assorbente. Preparate la salsa: sbucciate e affettate finemente gli spicchi d’aglio: un paio di millimetri andranno bene. Tagliate a listarelle le foglie di salvia. In una pentola versate il vino bianco e unite le fettine d’aglio, l’aceto e infine lo zucchero e la salvia. Accendete la fiamma bassa e lasciate che il composto riscaldi per bene e che lo zucchero si sciolga. Non appena lo sciroppo sarà in ebollizione unite i pezzi di baccalà fritto e cuocete per altri 5 minuti rigirandoli di tanto in tanto per farli insaporire per bene. Quando pronti, impiattate i vostri pezzi di baccalà agrodolce alla ligure e servite ben caldi!

Ave, Cesare! Ti parlo dei miti.


Non ho visto molti lavori dei fratelli Coen, però raramente mi è accaduto che la prima visione di un loro film mi abbia dato subito soddisfazione, forse solo “Il Grande Lebowsky”. Generalmente ne esco con la sensazione leggermente fastidiosa di non averci capito molto, cosa che mi ha sempre spinto a rivedere lo stesso film nel breve termine, magari documentandomi un po’, prima.
Questa volta invece è stato molto diverso: la sensazione all’uscita era più del tipo che in realtà non mi pareva ci fosse qualcosa da capire, che tutto sommato il film fosse banale e sciocco (cosa per me incredibile con questi registi) e non ho sentito proprio nessuna voglia di tornare a vederlo. Realizzando questo mio anomalo stato d’animo, mi sono ripromesso di approfondire la lettura della trama e delle critiche sperando di cogliere finalmente ciò che dovevo aver necessariamente mancato.
Finito l’approfondimento, ho compreso che la mia disconnessione è giustificata da un problema generazionale: degli anni ’50 infatti io so poco, veramente poco, non ci sono elementi di quell’epoca che vadano a costituire una pietra angolare della mia formazione culturale, se non ciò che ha continuato a protrarsi fino ai miei tempi. Per i fratelli Coen, invece, i miti yankee del secondo dopoguerra hanno significato molto, nel bene e nel male, tanto da spingerli a riportarli quanto più possibile all’interno di questa pellicola, magari colorandoli con del sarcasmo su alcune delle discutibili convinzioni di quei tempi.


Il fulcro su cui si srotolano gli avvenimenti del film è il direttore degli Sudios della Capitol di Los Angeles, che tra i sui compiti ha quello fondamentale di “Fixer”, cioè deve tenere lontani dagli scandali in cui si vanno solitamente a ficcare le star che stanno lavorando ai film prodotti dal suo Studio. Tra le bizze di star e registi e l’onnipresente stampa alla continua ricerca di scandali, si passa attraverso la Hollywood degli anni 50: il colossal biblico “Ave, Cesare!” che ricorda una sorta di Ben Hur però più kitsch, varietà con balletti alla Gene Kelly, pellicole sul “nuoto sincronizzato” e sorriso alla Esther Williams stampato sul volto della protagonista, impeccabili coreografie pseudo-intellettuali ma a contenuto zero e western con eroi privi di favella ma campioni di lazo, cavalcate acrobatiche e camminate dondolati. Nell’intento di condire ed arricchire il film, ognuno di questi “passaggi” presenta uno o più degli elementi culturali di allora, come la repulsione verso l’omosessualità, il disprezzo per la libertà sessuale, l’approccio sempre molto “politically correct” ai problemi (tipico degli Americani che curano come prima cosa l’immagine), fino alle questioni legate alla guerra fredda con i sovietici, che era nata proprio sul finire del secondo conflitto mondiale.

Il problema in questo proposito che apparentemente lodevole è, come detto prima, che questi elementi per le generazioni di oggi significano poco o niente, e quindi il messaggio non arriva. Cito una frase dall’articolo che più mi riflette tra quelli che ho letto: “L’interesse frenetico per il cinema e i suoi retroscena appartiene a una generazione di fan ormai superata”.

Quindi la chiave di tutto sta nei miti tramontati degli anni ’50, per cui a questo punto l’ideale sarebbe proporre un piatto molto in voga negli USA dell’epoca e che oggi non viene più proposto… ma qui io fallisco, sia perché non sono americano, ma soprattutto perché nella mia mente tutto ciò che era in voga a quei tempi proviene dagli episodi di Happy Days e nulla di tutto quello mi pare scomparso oggi. Provare con ricerche su internet -corretto o no che sia- non aiuta, per cui ho scelto un’alternativa: il falso mito del piatto tipico italiano, cioè Spaghetti e Polpette.

http://www.recipetineats.com/

Non serve vi dia una ricetta: le polpette col pomodoro ognuno ama farle a modo suo e cuocere gli spaghetti è nel DNA di noi italiani. Potete comunque dare un'occhiata a questo blog Recipe Tin Eats, dove troverete una ricetta dettagliatissima e foto stupende. Però il fatto che per gli americani questo sia il piatto tipico italiano e che tutti in Italia lo mangino è una questione che mi è sempre rimasta sul gozzo: non è vero! ma allora perché lo credono?

Gli americani a cui l’ho chiesto non si sono mai posti il problema: per loro è sempre stato così e non l’hanno mai messo in discussione (giustamente, aggiungo io). Allora ho provato a chiedere agli italiani: magari in Italia si mangia davvero e sono solo io a non saperlo. Invece (per fortuna) no: le risposte che ho ricevuto mi hanno fatto capire che in alcuni luoghi del sud Italia, ma solo in quelli, esiste effettivamente questo come piatto tradizionale e nel periodo in cui tanti italiani sono diventati migranti alla volta degli Stati Uniti anche questo piatto è stato esportato da loro, che sono stati bravi a sdoganarlo come piatto tipico e facendo così nascere questa convinzione nella cultura degli americani.

Questa è la storia che sono riuscito a ricostruirmi: quanto sia corrispondente alla realtà non saprei dirlo, ma a me convince abbastanza.


Enjoy

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